Maggio 24, 2022

GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE.

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Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte

Artemisia Gentileschi fu autrice di due versioni di Giuditta che decapita Oloferne: una risale al 1612 circa ed è conservata al Museo nazionale di Capodimonte (Napoli); l’altra, più famosa, fu dipinta otto anni dopo e si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze.
Entrambe le tele rappresentano un episodio biblico del Libro di Giuditta, che ha avuto molto successo nell’arte. Oloferne, generale del re Nabucodonosor, ha assediato la città giudea di Betulia; Giuditta, giovane vedova ebrea, coraggiosa e intelligente, si introduce nel suo accampamento, lo inganna, lo fa ubriacare e infine lo decapita, salvando così il suo popolo. L’eroina viene insignita di molti onori e trascorre una vita longeva e libera, rifiutando ogni proposta di matrimonio che le viene avanzata.
Nell’opera della Gentileschi, le figure di Giuditta, la sua ancella e Oloferne sono disposte a triangolo. I movimenti indicano lo sforzo fisico delle due donne nell’uccidere il generale e quello di quest’ultimo nell’opporre resistenza contro di loro: due esempi lampanti sono la torsione del busto della protagonista e la rotazione del suo braccio. Lo sfondo nero ha lo scopo di portare lo sguardo dello spettatore unicamente sull’avvenimento raffigurato, senza distrazioni. Le differenze tra la prima e la seconda versione riguardano i colori, le dimensioni e alcuni dettagli, come il bracciale dorato di Giuditta, che insieme al suo vestito la differenzia dall’ancella. Un’altra novità rispetto al quadro precedente è la maggiore attenzione sul sangue: una fontanella schizza dal collo reciso di Oloferne, e si possono notare delle gocce rosse disseminate in tutto lo spazio, elementi che conferiscono realismo alla scena.
Il primo dipinto fu realizzato quasi subito dopo il processo ad Agostino Tassi per lo stupro della Gentileschi, e per questo molti studiosi ritengono che con esso l’artista abbia espresso il suo desiderio di rivalsa. La violenza si era verificata nel 1611 e, poiché era stata taciuta per un anno prima che Orazio Gentileschi – padre della donna – sporgesse denuncia, l’opinione pubblica vide Artemisia con sospetto, considerandola consenziente. Inoltre, durante il processo la vittima fu costantemente diffamata e si trovò praticamente nella posizione di imputata, costretta a difendersi da accuse di promiscuità sessuale; per tale motivo fu sottoposta a una visita ginecologica che doveva appurare da quanto tempo avesse perso la verginità. Tuzia, inquilina dei Gentileschi, sostenne le dicerie contro la giovane e testimoniò a favore di Tassi, descrivendolo come un uomo d’onore. Forse a causa di questa delusione Artemisia incluse il tema della solidarietà femminile in alcune sue tele, tra cui proprio Giuditta che decapita Oloferne (diversamente da altre opere che raccontano la stessa storia, questa vede l’ancella aiutare attivamente la sua padrona). Le condotte precedenti di Tassi e della Gentileschi non sarebbero nemmeno dovute essere prese in considerazione come criterio di giudizio, perché costituivano pregiudizi, non prove che lo stupro fosse accaduto o meno; ad ogni modo, alla fine Agostino fu comunque condannato per stupro, corruzione di testimoni e diffamazione di Orazio Gentileschi.
Pur essendosi svolta quattrocento anni fa, questa vicenda è inaspettatamente (o forse no) attuale, dato che ingiustizie ai danni della parte lesa hanno continuato ad essere presenti nei processi per violenza sessuale, e lo sono in casi odierni.
Non sorprende che Artemisia Gentileschi, Giuditta e Giuditta che decapita Oloferne siano diventati icone di ribellione contro l’oppressione della donna.


– Lella Laura, Anita Gentile, Cristiana Mariani 3A

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