Maggio 24, 2022

BASTA AIUTINI

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“Basta aiutini!” la prof fa bendare gli alunni

Ti giri e rigiri nel letto, ti aggrovigli nel piumone, il lenzuolo si accartoccia ai piedi. Ad un tratto è l’ora di latino e l’insegnante ti chiama, ma tu non sai proferire parola. Ti mette tre, stizzita. Poi di soprassalto spalanchi gli occhi e ringrazi il cielo sia stato solo un sogno. «Ecco, questo era un segno premonitore. Mi scorderò tutto e farò scena muta.» E quindi accendi il computer, dai un’altra letta al libro perché “non si sa mai” e ti colleghi con la tua classe, una come le altre di un qualunque liceo d’Italia. Ripeti il costrutto di videor, (anche se, detto tra noi, non l’avevi proprio capito) e aspetti silenziosamente e angosciamente la sentenza: «Otto. Molto bene.» Felice tiri un sospiro di sollievo. E se la professoressa ti avesse messo a disagio? Eh si, perchè può succedere e di fatto è accaduto qualche giorno fa in una scuola di Salerno.

Una docente di latino e greco di un liceo classico chiede a due alunne interrogate di indossare una benda per “dare un esempio, dimostrare ai ragazzi che non hanno bisogno di sbirciare”. Presto si è parlato di lesione al benessere psicofisico dei minori, ma alunni e insegnante hanno già chiarito, d’accordo nell’ammettere il tono ludico della situazione. Eppure, le parole della giovane studentessa sono chiare: «Non è stato bello restare per quindici minuti al buio. Ci siamo sentite sotto pressione». In fondo, chi non lo sarebbe stato?

Ormai sono quasi sei i mesi passati dal trasferimento della scuola a casa, tra camerette rosa shocking, pianti isterici del fratellino minore viziato e connessione altalenante. Prima o poi sarebbe successo, sarebbe uscita alla luce la vera natura del sistema scolastico italiano: la scuola è ancora il luogo del nozionismo dove si apprendono a tutti i costi informazioni e concetti utili per prendere un bel voto, superare l’esame di Stato, iscriversi all’università. Una logica, come la definirebbe Don Lorenzo Milani, arrivista: “Anche il fine dei vostri ragazzi è un mistero. Forse non esiste, forse è volgare. Giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano. (…) Dietro a quei fogli di carta c’è solo l’interesse individuale. Il diploma è quattrini. (…) Per studiare volentieri nelle vostre scuole bisognerebbe essere arrivisti a 12 anni.” 

Questo è il quadro scolastico attuale: non esageriamo a definirlo tragico. La nostra mentalità è stata plasmata, sin da bambini, ad essere i migliori, a nasconderci, nel bene e nel male, dietro una valutazione. Ogni voto preso a scuola, ha, a casa, la sua conseguenza. Insufficienza? Vietate le uscite per una settimana. Sette? Ma gli altri hanno preso di più, avresti potuto impegnarti maggiormente. Nove? Ah, ma è il voto più alto della classe! In fin dei conti, hai solo fatto il tuo dovere. E a scuola lo scenario non cambia: la docente ha paura che le alunne leggano, e quindi le benda. Viene alimentata la folle corsa all’apprendimento di nozioni che mette tutti contro tutti, trascurando il valore del fine scolastico al di là dei voti numerici. E così, il muro già presente tra gli studenti italiani diventa sempre più spesso e alto.

La scuola, lo dicono le indicazioni Nazionali per il Curricolo, persegue l’obiettivo di “formare saldamente sul piano cognitivo e culturale” ogni persona. Dunque, forse, il problema non è trovare lo stratagemma infallibile affinché i propri alunni non leggano i foglietti, ma spiegare loro perchè sbirciare dal libro sia così inutile. Sottolineare, cioè, lo scopo della scuola, il significato della cultura, che, se gli studenti avessero ben chiaro, di certo non ricorrerebbero a questi “aiutini”. Cinque ore al giorno non sono poche; a volte noi alunni passiamo più tempo con i docenti che con i nostri stessi genitori. E se i professori non solo insegnassero le nozioni, ma anche valori quali la fiducia e il rispetto? Un ambiente sereno, equilibrato e serio, sarebbe solo una conseguenza delle consapevolezze acquisite dagli alunni. 

Le soluzioni, come vediamo, sono molteplici: impossibilitati a controllare che gli alunni non si servano di “aiutini”, i professori potrebbero considerare l’idea di iniziare a fare domande diverse. Domande cui risposte non possono essere sottolineate e imparate dal manuale. Si favorirebbe senz’altro l’ambìto sviluppo sul piano cognitivo, rendendo giustizia alla logica scolastica.

Pertanto, la docente di latino autrice del tanto discusso atto non può essere considerata altrimenti che vittima di un sistema che non funziona già da tempo. Analogamente, il suo comportamento, seppur sbagliato e non retto dai principi autentici della scuola, è la manifestazione pratica del malfunzionamento del sistema stesso. Un circolo vizioso che dovrebbe cessare.

 Ad oggi è uno il traguardo che mi auguro la scuola possa raggiungere: portare nelle aule italiane, con la speranza di tornarvi al più presto, insieme a quaderni, libri e astucci, una nuova consapevolezza: i foglietti non avrebbero poi così tanto senso se la scuola avesse chiaro il fine per cui esiste.

A cura di Chiara Sciulli.

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